Minux.it is the personal blog of Giacomo "mino" Bernardi.
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Most of the posts here are in Italian, at least for now!
Ho trovato casa.
Non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella attuale.
È al piano terra, la mia finestra da su una stradina.
È più piccola di quella in cui vivo, non avrò più un grande guardaroba, un letto doppio, un bagno con doccia tutto per me.
Non c’è più la cucina a gas.
Costa solo poco di meno.
Però la potenziale coinquilina m’accoglie con un sorriso, una tazza di te alla cannella e una fetta di torta di mele. Quanto basta per convincermi di smettere di cercare.
Giorni di telefonate, di appuntamenti, di miglia e miglia da un punto all’altro della città sotto gli ordini della signorina del navigatore.
Giorni a contrattare, “ti facciamo sapere”, giorni a lasciare schifato appartamenti sporchi e costosi.
Scegliere casa per una fetta di torta è forse da stupidi, ma non ho più energie e tempo per continuare a cercare.
Pallino blu: casa vecchia.
Pallino rosso: casa nuova.
Pallino giallo: ufficio.
But I live,
I live a hundred lifetimes in a day.
[Ben Harper - Amen Omen]
Era sera e il tizio mi disse “io domani all’alba vado a Edimburgo, se vuoi ti do un passaggio”.
E così carico antenne, portatili, zaino e scarponi e lasciamo questo angolo di scozia.
S’una jeep d’uno sconosciuto, che mi da un passaggio per 500km.
Passiamo Spean Bridge e accostiamo. “Vedi, quello lì il Ben Nevis, e quello laggiù il Creag Meagaidh.”
Passiamo Fort William e ci fermiamo a far pipì.
Ha piovuto molto e i prati sono allagati, le chiuse della diga sono aperte al massimo e il rombo dell’acqua ci assorda.
Verso Perth ci fermiamo per un caffè.
Strade deserte, tramonti e pecore.
Momenti di liberta’, sulla jeep d’uno sconosciuto.
Atterrare qui col vento, la pioggia, il freddo, il buio.
Cercare casa a 14 giorni dallo sfratto.
53 esami da correggere.
Le mail interrogative degli studenti da Dublino e la videoconferenza settimanale con loro.
Il lavoro italiano da fare dopocena.
A casa Internet disattivato e ufficio sequestrato per “rischio amianto”, percui devo lavorare dalla biblioteca.
Codice in C da scrivere, per un progetto nel dottorato.
Seguire il tesista sul VoIP e quello sul self network planning.
Fare il trasloco. Aiutare le coinquiline a fare altrettanto.
Un weekend con un ospite e poi un weekend nelle Highlands.
Vorrei avere il tempo di capire quanto ne sto buttando.
C’è un tempo per raccogliere pietre,
e un tempo per lanciarle.
C’è un tempo per cercare, e un tempo per perdere.
C’è un tempo per la guerra, e un tempo per la pace.
C’è un tempo per tacere, e un tempo per parlare.
Del matrimonio di due amici masnaghesi, molti mesi fa, mi colpì molto questa frase.
L’immagine del tempo che passa.
Di sassi raccolti. Di pietre tirate.
Di tempo perso. Di cose cercate, di energie trovate.
Di momenti per parlare.
E di questo, che è il tempo per tacere.
Donne numero uno.
Torno a casa, incazzato per aver buttato tutto il giorno nel cercare di far funzionare un coso wireless. Salgo le scale, preoccupato perchè tra venti giorni sarò un senzatetto e le mie ricerche di una casa, nel tempo libero tra i tre lavori, sono vane. Apro la porta, rassegnato che questo weekend non riuscirò ad andare nelle Highlands per la “mission III” a installare antenne tra i monti.
Entro in cucina e mi trovo circondato da nove donne da mezz’Europa, che bevono vino, preparano sushi e che, soprattutto, stanno parlando della transizione da IPv4 a IPv6 (di Reti, insomma!).
Indeciso se svenire o chiamare un’ambulanza, realizzo di non avere le allucinazioni quando mi ricordo che la coinquilina francese aveva organizzato una cena con le amiche per stasera. Amiche che studiano criminologia informatica e altre improbabili materie. Ad ogni modo, sushi molto buono.
Donne numero due.
Ho rischiato di passare la sera di San Valentino in un paesino di quaranta anime in compagnia di un professore, seduto sul mezzo anfibio a otto ruote indipendenti del tizio del rutto di cui parlavo tempo addietro. Molto meglio passarlo a vagliare annunci del mercato immobiliare, da solo.
Donne numero tre.
I miei studenti di “Computer Communications and Networks” sono in tutto cinquantatre. Tre sono ragazze. Tutto regolare, il 5% di “quote rosa” in un corso di informatica è finchè mai.
Donne numero quattro.
La mia nipotina compie cinque mesi. Dato il chiaro conflitto d’interessi non posso pronunciarmi sulla sua bellezza, ma il sorriso in questa foto è innegabilmente contagioso.
Nei tre lavori in tre paesi diversi. Nello star sveglio tutta notte per preparare in tempo il tema d’esame per gli studenti di Reti. Nel disdire il contratto d’affitto e mettersi a cercare una nuova casa entro due settimane. Nel presentarsi in pigiama ad una videoconferenza. Nel sentirsi dire dal tuo capo “tu sei ottimo a trovare idee, ma un disastro a gestirle”. Nello studiare un interessante libro tecnico e un noioso manuale sul come pagare le tasse della Regina. Nel pianificare la missione nelle Highlands. Nel cucinare pizza per ospiti inaspettati. Nel preparare il prelibato budino Lindt (un litro di latte e 70% cacao, così tante calorie da sfamarci l’India) alla coinquilina ammalata. Nell’andare in ufficio il sabato mattina coi postumi di un’ottima cena olandese condita da improbabile cachaça brasiliana. Nel rendersi conto che questo, da settembre, era forse solo il quarto weekend che passo a casa a Edimburgo. Nel pensare che il prossimo sarà solo tra un mese e mezzo.
In tutto questo, c’e’ qualcosa che mi stupisce.
E’ l’inerzia dello stendino.
Che mi guarda con il suo strato di vestiti appesi ad asciugare da due settimane. Che aspetta lo degni di un gesto, finito troppo in fondo ad un’interminabile lista di priorità.
Lì, ricurvo, m’attende.
Il filmato sopra riportato, tratto dal video di Baccalifornia2006, evidenzia i seguenti fattori: 1) la creatività cinematografica del Poli in veste di regista professionista che si finge un dilettante usando una telecamera amatoriale. 2) il realismo del Poli che corre a riprendere la telecamera abbandonata in mezzo alla strada, chiara allusione a quel cinema contemporaneo basato sui reality show e sulla metafora dello ’spettatore parte della scena’. 3) la completa mancanza di audio e musica non vuole simboleggiare la nascita di una nuova corrente di “cinema muto”, ma serve a ricordare al Poli che io ho solo una versione senz’audio del filmato e dunque, porca miseria, che muovesse il didietro e si mettesse a montare un DVD con l’intero filmato!
Poltroncine senza fine, nel nuovo areoporto di Dublino.
Non saprei contare le notti in cui ho dormito qui dentro, ma ora è tutto nuovo, d’un bianco asettico che sembra di stare in una nuvola.
Così stasera la mela bianca del mio portatile sembra illuminare l’angolo in cui son seduto, per terra con gambe incrociate e caffè alla mano, a dipanare incastri.
L’amico polacco, sempre pronto per scherzare e per scommettere su un’Italia rugbistica perdente. Il giordano, che bidona tre riunioni su quattro e che rischia grosso. Il francese e la tedesca, forse gli unici motivati a lavorare al mio progetto. Il professore irlandese, sempre confusionario ma alla fine gentile. L’amica irlandese, con cui ti senti a casa come quando c’abitavi insieme. L’altra amica irlandese, quella che parla russo e lavora in Belgio, e che ora è in UK. L’amico etiope, che dopo anni è tornato al caldo del suo paese. Lo scout americano, che ora è di nuovo dall’altra parte dell’oceano. I due piccoli fratellini italiani, che crescono parlando inglese. Il compagno delle elementari, medie e superiori, che ora inizia il dottorato proprio al Trinity. La sua coinquilina spagnola, con cui fai prima a parlare in italiano.
Incroci tra storie che lascio attraccate a quest’Isola.
Incastri tra persone confinate in questo mare.
Son tutte storie di un’altra isola.
C’eravamo dati appuntamento una notte d’inverno: io seduto nella taverna della casa varesina, Pierpaolo a Dublino dopo aver messo a letto i bambini.
Una telefonata per discutere due idee.
Due idee diventate progetti, dopo esser state selezionate da Enterprise Ireland tra altre settanta.
Due idee che ora sono il lavoro di sette persone.
Due idee che sono la scusa per tornare a camminare in questo campus e per stendere un sacco a pelo sul pavimento di casa d’amici.
Oggi volo a Dublino fino a domenica per il secondo lavoro al sempre amato Trinity College.
E per incontrare un po’ d’amici.
E per tifare guardando Irlanda-Italia del Sei Nazioni di rugby.
Solo una cosa mi insospettisce: ho appena fatto checkin e la mia carta d’imbarco mostra uno come numero progressivo. Ma dove sono tutti?